Una tassa sui robot?
Dalla meccanizzazione alla cibernetica, dai mainframe all’informatica distribuita e alle reti, dal silicio alle reti neurali e ai computer quantici, dall’intelligenza artificiale alla robotica nel tempo di internet degli oggetti.
di Fernando Codonesu*
I
La proposta alquanto bizzarra di mettere una tassa sui robot in quanto causa di espulsione di migliaia di lavoratori dai processi produttivi formulata recentemente da Bill Gates, proprietario di Microsoft e ancora uomo più ricco del mondo anche nel 2016 secondo le rilevazioni di Forbes, ha suscitato un ampio dibattito a diverse latitudini del mondo, non solo tra gli addetti ai lavori.
Eppure, nonostante arrivi da una personalità di così grande rilevanza per il ruolo avuto negli ultimi 40 anni di storia dello sviluppo tecnologico, produttivo e socio economico dell’intero pianeta, alla luce proprio della storia e di una lettura attenta dei diversi fatti accaduti prima nella ricerca e quindi nella scienza applicata e nella tecnologia, non si può che ritenere tale proposta del tutto sballata e fuori luogo: poco più di una boutade!
La controprova è perfino banale: quanti lavoratori sono stati espulsi dall’agricoltura a seguito della sua meccanizzazione? Al riguardo a qualcuno è mai venuto in mente di tassare i trattori che non solo hanno eliminato buoi e cavalli dai lavori agricoli, ma anche milioni di contadini e braccianti dal lavoro della terra?
Lorenzo Pinna, nel suo libro Uomini e macchine pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2014, ci ricorda che solo nell’Inghilterra a metà dell’Ottocento vi erano 3,5 milioni di cavalli da lavoro, ridotti a poco più di un milione agli inizi del Novecento per ridursi nel periodo post prima guerra mondiale ad appena 30.000.
I cavalli, e i buoi ad altre latitudini, sono stati sostituiti dalle macchine semplicemente perché dallo stesso terreno era possibile ottenere maggiori raccolti lavorando di meno e a costi molto più bassi.
Il noto economista Wassily Leontief parlando di quel tempo in uno scritto del 1983 ci ricorda “Siamo all’inizio di un processo che porterà in trenta-quarant’anni molte persone a rimanere senza lavoro, creando gravi problemi di disoccupazione” (1).
Ma torniamo per un momento alle trasformazioni occorse nell’organizzazione del lavoro agricolo negli Stati Uniti nel periodo 1860-1960, quando la popolazione occupata nelle campagne passò da oltre il 50% a meno del 2%. La tabella seguente, tratta dall’opera di Pinna già citata, esemplifica meglio di qualunque descrizione la manodopera necessaria per la produzione di grano negli USA negli anni venti del Novecento in funzione della varie tecniche agricole.
——————————————————————————-
Tecnica di produzione agricola e Lavoratori necessari
Zappa 6.000.000
Aratro trainato da buoi 1.000.000
Aratro tecnicamente avanzato del 1855 500.000
Aratro a dischi trainato dal trattore, 1920 4.000
——————————————————————————–
Numeri terribili, come possiamo notare, ma nessuno ha contestato questo trend di sviluppo per ritornare indietro nel tempo!
Certo conosciamo ciò che successe in Inghilterra nel periodo dell’introduzione del telaio Jacquard nel settore tessile, con l’ostilità che ne seguì fino a sfociare in un vero e proprio movimento di opposizione e sabotaggio noto come Luddismo, dal nome del suo principale esponente (2). Ma quelli erano altri tempi e, comunque, niente a che vedere con la statura imprenditoriale e qualità dell’intervento nell’innovazione ricoperta da Gates prima con il sistema operativo MS/DOS che equipaggiava il primo personal computer IBM del 1981 e successivamente con il sistema Windows.
Oggi i sistemi Windows nel mondo rappresentano oltre il 90% del mercato, il sistema MAC OS di Apple rappresenta appena il 7% e il sistema Linux è utilizzato nell’1,5% dei computer e server di rete. Insomma la gigantesca ricchezza personale di Gates, ben 70 miliardi di euro nel 2016 secondo Forbes, deriva da queste quote di mercato: come mai non ha proposto una tassa su ogni computer Windows diffuso nel mondo e si è lanciato contro i robot?
Semplicemente perché non è la sua Microsoft a costruirli!
Per comprendere appieno la rivoluzione in atto provocata dall’informatica, dall’elettronica e dalla robotica nei processi produttivi, vale la pena ricordare per sommi capi alcune pietre miliari della produzione scientifica e tecnologica che ci ha permesso di arrivare al livello sperimentato e conosciuto dell’attuale sviluppo tecnologico per comprendere quali siano state e dove potranno arrivare nel giro di due o tre decenni le influenze indotte nell’organizzazione del lavoro dalla tecnologia ICT (Information and Communication Technology) e indicare qualche possibile proposta al riguardo.
Limitandoci all’immediato dopoguerra si ricorda che con la costruzione del primo transistor alla fine del 1947 presso i laboratori della Bell, da parte del gruppo composto da Shockley, Bardeen e Brattain, che per questo risultato guadagneranno il premio Nobel nel 1956, non solo viene rivoluzionata la telefonia, ma tutta l’elettronica. L’industria nascente dell’informatica riprogetta e ricostruisce i grandi computer del tempo, i cosiddetti mainframe, a partire dall’ENIAC costruito nel 1946, un gigante elettronico che occupava uno stanzone di 150 mq, costituito da 18.000 valvole termoioniche, decine di migliaia di componenti come resistenze, condensatori e induttori, con una dotazione di cavi che arrivavano fino al soffitto. Grazie al transistor vengono sostituite le ingombranti valvole termoioniche, riducendo drasticamente le dimensioni di tutti gli apparati elettronici e migliorando vertiginosamente tutte le prestazioni di calcolo. In effetti l’ENIAC fu messo in crisi anche dal genio di John von Newmann, grande matematico di quel periodo e scienziato noto in tutto il mondo. In effetti egli osservò che il punto debole dell’ENIAC era che risultava privo di uno “schema logico universale”. Infatti esso doveva essere ricablato mediante nuovi e diversi contatti dei cavi di collegamento a seconda delle prestazioni di calcolo richieste, mentre con i suoi suggerimenti si arrivò subito all’individuazione della memoria come luogo dove scrivere le istruzioni di funzionamento. Da qui ci fu la nascita dell’attuale modello dei calcolatori e lo sviluppo dei linguaggi di programmazione, così come li conosciamo ancora oggi, ma su questo si tornerà ancora negli interventi che seguono.

——————————————

1. Wassily Leontief e Faye Duchin, The Impacts of Automation on Employment, 1963-2000. New York University, New York, 1983.
2. Dal nome dell’operaio Ned Ludd che nel 1779 avrebbe sabotato un telaio.
—————————————————————————–
II
La realtà che vediamo oggi, caratterizzata da un uso sistematico delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni in ogni ambito della vita economica e sociale, con i riflessi ampiamente osservabili nell’organizzazione del lavoro che conduce milioni di persone al di fuori dei processi produttivi, solo in parte rimpiazzati dai nuovi lavori creati dalle medesime tecnologie e dai nuovi bisogni indotti, era stata ampiamente prevista fin dai primi anni ’60 del secolo scorso, quando erano già evidenti alcuni passaggi epocali giunti in questi ultimi anni pienamente a compimento.
Ci si riferisce qui ad un documento di gruppo di lavoro creato dall’Amministrazione americana di J.F. Kennedy noto come “Ad Hoc Committee” che aveva il compito di valutare gli effetti delle tre rivoluzioni allora in atto, nell’ordine: la rivoluzione cibernetica, la rivoluzione degli armamenti atomici e quella dei diritti umani.
A proposito della rivoluzione cibernetica, i firmatari del documento presentato nel 1964 al presidente Lyndon Johnson, subentrato a Kennedy a seguito del suo omicidio a Dallas, coscienti che la ricchezza creata dal lavoro delle macchine è ricchezza alla pari di quella generata dal lavoro umano, suggerivano all’Amministrazione statunitense alcune azioni da compiere nel periodo transitorio per evitare gli effetti più tragici rilevabili nel corso del tempo. Tra le varie azioni suggerite per incrementare l’occupazione se ne riportano alcune perché le ritengo più attuali che mai: una sorta di “reddito di cittadinanza” (1) per tutti coloro che erano rimasti o avrebbero potuto rimanere fuori dai cicli di produzione per poter beneficiare del benessere creato dalle macchine; un grande intervento nel settore educativo per colmare lo svantaggio di competenze delle persone che non conoscevano il funzionamento dei computer; un piano di opere pubbliche finalizzato alla realizzazione di infrastrutture; un grande programma di edilizia popolare per i meno abbienti; lo sviluppo e finanziamento di efficienti sistemi di mobilità urbana a causa dei fenomeni di inurbamento; una revisione del sistema fiscale con un prelievo progressivo in base al reddito per poter finanziare i bisogni dei più disagiati, ecc.
Sembra un programma di stampo socialista, ma quelli non erano socialisti, erano scienziati (1b), giornalisti, scrittori, imprenditori, ecc., rappresentativi della società americana del tempo.
Ma torniamo ai progressi dei dispositivi elettronici e dei loro settori applicativi a partire dall’industria dei computer. Ben presto dai transistor si ottennero varie famiglie di porte logiche con i primi circuiti integrati e da qui si passò rapidamente dalla logica cablata alla logica programmata.
Infatti dal gruppo guidato da Shockley verso la fine degli anni ’50 si staccò un gruppo costituito da 8 ingegneri che costruirono il primo circuito integrato e fondarono la Fairchild Semiconductors, un’impresa notevole in quegli anni che ebbe anche il ruolo di incubatore per altre imprese come la Intel fondata nel 1968 da Gordon Moore.
Si osserva in questa sede che uno dei fisici protagonisti dello sviluppo della microelettronica e dell’informatica è stato Federico Faggin (2), giovane fisico padovano che emigrò negli USA e fece parte di un gruppo della Intel diretto da Ted Hoff che costruì il primo microprocessore nel 1971, il 4004, un chip programmabile in un’unica piastrina di silicio che faceva tutte le operazioni di un computer.
Tra i tanti da ricordare, qui si fa cenno ad alcune figure di primo piano, vere e proprie pietre miliari dello sviluppo del settore/settori di cui ci occupiamo in questi interventi, come Norbert Wiener che nel 1948 pubblica Cybernetics presso la MIT press, Claude Shannon che nello stesso anno pubblica A Mathematical Theory of Communication, John von Neumann e il suo The Computer and the Brain e successivamente John R. Pierce con il suo Signals, Symbols and Noise, Harper Modern Science Series, 1961, che sistematizza la ormai matura teoria dell’informazione. Si tratta di protagonisti che nel giro di poco tempo, con le loro opere, hanno sviluppato la cibernetica, la scienza dell’informazione e quindi l’informatica e l’ingegneria dell’informazione, con le variegate articolazioni degli studi nelle università ed enti di ricerca di tutto il mondo.
Con i fondamenti della cibernetica mirabilmente proposti da Wiener si sono poste le basi per la comunicazione uomo-macchina a partire dal paradigma della retroazione negativa come regola aurea nello studio della stabilità dei sistemi nel dominio del tempo e della frequenza, diffusi in poco tempo in ogni campo del sapere. Con Shannon si hanno le basi per la trasformazione in digitale di ogni tipo di funzione e in ultimo con la teoria dell’informazione si è compreso ancora meglio il concetto di entropia, si sono aperte le porte ad altri strumenti di comprensione della teoria delle comunicazioni, teoria dei sistemi, dei controlli automatici, della fisica, ancora della cibernetica, dell’arte, della musica, ecc.
In appena un decennio o poco più si è capito che ogni fenomeno, parte del mondo reale o del tutto (inteso come dominio conosciuto in cui agiscono diverse entità reali) è informazione e può essere studiato, modellizzato e gestito in termini di informazione, simboli e numeri. In quanto tale può essere manipolata e gestita da una macchina, un automa derivante dalle macchine regolari (3), un computer, un robot.
Dal 1971 i progressi furono continui e strabilianti al punto che si cita spesso un’osservazione sul trend di sviluppo dell’industria elettronica e dei computer nota come “legge di Moore” per cui ogni anno poteva essere sviluppato un microprocessore con una potenza di calcolo doppia e un costo di produzione pari alla metà del precedente: nessun settore produttivo ha conosciuto uno sviluppo di tale portata. In effetti la cosiddetta legge di Moore consente ampie verifiche in un arco di tempo che va dal 1970 al 2015 in diversi ambiti valutativi del settore, come il costo degli hard disk in termini di gigabyte per dollaro, la capacità di download dai server centrali in Kilobytes al secondo, l’efficienza energetica dei supercomputer espressa in FLOPS4 su watt e ancora in termini di velocità dei supercomputer espressa in numero di FLOPS (4), ad oggi pari a circa un milione di miliardi di operazioni in virgola mobile per secondo.
————–
Note
(1) “… We urge, therefore, that society, through its appropriate legal and governmental institutions, undertake an unqualified commitment to provide every individual and every family with an adequate income as a matter of right. … We regard it as the only policy by which the quarter of the nation now dispossessed and soon-to-be dispossessed by lack of employment can be brought within the abundant society. The unqualified right to an income would take the place of the patchwork of welfare measures – from unemployment insurance to relief – designed to ensure that no citizen or resident of the United States actually starves.”.
La primogenitura di tale proposta, come si vede, non appartiene a nessuna delle forze politiche oggi in campo in Italia.
(1b) Tra i firmatari c’erano i premi Nobel Linus Pauling e Gunnar Myrdal.
(2) In Italia pochi sanno chi sia.
(3) Le macchine regolari sono strette parenti delle grammatiche generative di Noam Chomsky.
(4) Floating Point Operations per Second (Operazioni in Virgola Mobile per Secondo).
——————————————————-
III
A proposito dei supercomputer si ricorda in questo contesto che Big Blue, uno dei supercomputer di IBM, già nel 1996 sconfisse l’allora campione mondiale degli scacchi Garry Kasparov, ma appena 40 anni prima, negli anni ’50, si riteneva impossibile che un computer potesse giocare a scacchi!
Un altro supercomputer di cui si è parlato nei giorni scorsi, Watson1, è destinato gestire i dati sanitari di tutta la popolazione italiana stando ad un memorandum di intesa firmato il 31 marzo tra il Governo italiano e l’IBM (ahinoi, che follia dare i nostri dati all’IBM e a qualunque azienda privata!).
I computer governano tutti i processi produttivi e i servizi di cui facciamo uso a tutte le ore del giorno e della notte. I sistemi di produzione, trasporto e distribuzione dell’energia elettrica devono lavorare in sincrono, nel senso che si deve produrre esattamente l’energia che viene richiesta dall’utenza in un determinato tempo, con una differenza tollerabile di appena qualche millisecondo. I satelliti in orbita geostazionaria osservano la terra, i radiotelescopi da terra e telescopi come Hubble ci permettono di guardare l’universo verso lo spazio infinito e verso i primi istanti del big bang, le reti di telecomunicazioni e la rete delle reti, il web che conosciamo, ci permettono di essere costantemente connessi tra noi e gli altri. La sanità è governata dai computer e gli interventi più complicati in sala operatoria vedono sempre di più la presenza del robot come elemento indispensabile.
Quando ci muoviamo in treno, in aereo, in nave, in auto, insomma dappertutto usiamo i computer e non possiamo più farne a meno.
I Big data, con tutte le loro implicazioni, le previsioni del tempo, lo studio dei cambiamenti climatici, le sonde spaziali che, governate da terra e mediante i computer di bordo, vanno al di fuori del sistema solare, le transazioni finanziarie iperveloci che gestiscono circa il 70% dei flussi finanziari in tutte le borse del mondo senza l’intervento di operatori umani, macchine che si autoguidano già sperimentate che diventeranno realtà diffusa in meno di un decennio, non solo in ambito urbano: questo è lo scenario presente in cui viviamo grazie ai computer e alla robotica.
C’è qualcuno che pensa di tornare indietro o piuttosto ci dobbiamo preoccupare di governare i processi tecnologici che abbiamo innescato e portato a regime in questi decenni?
Alcuni riferimenti citati nel libro “The second machine age” di Brynjolfsson and McAfee, edito da Norton e Company, Inc, New York, 2014, valgono più di qualunque digressione. Da quando la fotografia è stata inventata nel 1838, si stima che siano state stampate 3.500 miliardi di foto analogiche che hanno raggiunto il picco nel 2000. Nel 2014 si contavano oltre 2,5 miliardi di macchine fotografiche digitali con il risultato che ogni due minuti si produceva un numero di foto pari a quello che veniva stampato in tutto il Novecento. E’ chiaro che tutto il mondo della produzione e distribuzione legato alla fotografia è stato spazzato via in un periodo di appena un decennio. Si pensi al riguardo che un gruppo di appena 15 persone di Instagram ha creato una semplice app utilizzata da oltre 300 milioni di utenti per condividere oltre 20 miliardi di foto. Nel 2012, quando Facebook raggiunse un miliardo di utenti contava appena 4.600 dipendenti con circa un migliaio di ingegneri. Si osserva ancora che la Kodak fondata nel 1880, leader incontrastato in tutto il Novecento nella produzione e distribuzione dei dispositivi e macchine fotografiche, impiegava circa 145.000 dipendenti e indirettamente nel mondo dava lavoro a circa altre 300.000 persone tra fornitori e occupati nelle catene di distribuzione al cliente finale. Oggi si può solo prendere atto che quel mondo è totalmente cambiato: semplicemente non c’è più!
Per i due autori citati, la via obbligata da percorrere è l’investimento nella formazione, compresa quella da dedicare alla formazione continua di tutte le popolazioni per non aumentare quello che oggi chiamiamo “gap digitale” tra generazioni, nord-sud, ecc. Insomma la formazione oltre che come obiettivo è essa stessa fonte di occupazione (così come riportato nel citato documento dell’Ad Hoc Commitee nel 1964).
Si osserva che analoghi esempi si possono fare in altri innumerevoli settori, a partire dal settore classico dell’industria manifatturiera alla musica, ai media, alla finanza, all’editoria e alle vendite al dettaglio.
Di pari passo è cambiato il lavoro negli uffici, specialmente quando nei primi anni ’80 comparvero a corredo del PC IBM i software dedicati alla produttività individuale, come la suite Office composta inizialmente da tre elementi: word processor, foglio elettronico e data base, ai quali successivamente sono stati aggiunti i programmi di grafica e quelli per le presentazioni.
Quanti posti per dattilografi e contabili sono spariti?

Note
1. Il nome deriva dal fondatore dell’IBM Thomas J. Watson
—————————————————————–
IV
I tempi sono maturi per riconoscere che solo con la collaborazione uomo-macchina si può progettare un futuro vivibile e sostenibile per gli esseri umani su questo pianeta.
Va riconosciuto che grazie ai computer sempre più sofisticati e potenti, alle reti, ai robot e alla loro massiccia utilizzazione in ogni settore produttivo è stato creato maggior valore con meno lavoro. Ma qui sta anche il rovescio della medaglia. Proviamo ad analizzare la situazione da due angoli visuale del tutto diversi.
Quando si confronta un lavoratore con una macchina il confronto è impari perché dal punto di vista economico, in tale confronto, perde sempre il lavoratore, mai la macchina. Un esempio può essere illuminante. Se il lavoro prodotto da un operaio in un’ora (si pensi al classico caso di un tornitore) può essere svolto da un tornio a controllo numerico programmato e gestito in remoto magari non da un tecnico umano, ma da un altro computer che funge da “capo”, e lo stesso lavoro viene prodotto con un costo di appena un euro, se si dà retta solo all’economia o peggio ad un semplice calcolo ragionieristico, se ne deduce che la paga oraria del nostro tornitore dovrà essere immediatamente allineata al costo del prodotto della macchina.
D’altronde vale anche la considerazione che nel libero mercato (quello ideale dove esisterebbe la libera concorrenza di beni e servizi) o il lavoratore accetta la paga oraria della macchina, cioè un euro, altrimenti deve trovarsi un’altra occupazione. Di contro, vale anche il ragionamento secondo cui se una persona riesce a trovare/creare qualche nuova applicazione che interessa almeno un milione di clienti che usano le tecnologie digitali, allora può guadagnare un milione di volte quanto guadagnerebbe nel caso di un rapporto produttore/cliente uno a uno. Naturalmente l’esperienza ci dice che le cose non vanno simultaneamente in questo modo. Ciò che si può sicuramente dire è che lo sviluppo della tecnologia, con particolare enfasi su quelle digitali, sta riallocando la ricchezza, i guadagni e il benessere come non mai, purtroppo con un evidente ulteriore aumento delle diseguaglianze economiche e sociali. La ricchezza è sempre più concentrata nelle mani di poche persone e il numero di questi super ricchi tende a ridursi all’aumentare delle ricchezze possedute. Negli ultimi trent’anni, aziende come Microsoft, Apple, Amazon, Google, Facebook, Alibaba, (e i loro proprietari/azionisti) hanno totalmente cambiato la concentrazione della ricchezza che un tempo era in capo alle aziende del manifatturiero, dell’oil and gas, dell’automotive, dell’avionica, della nautica, dell’industria militare ecc., ecc.
Con l’ulteriore elemento di cambiamento/innovazione dovuto alla modificazione sostanziale di tutti i processi produttivi degli altri settori di interesse economico e sociale: le tecnologie digitali sono pervasive e invasive!
Si è passati dall’automazione dei primi processi produttivi (per esempio la verniciatura delle auto) all’uso dell’informatica distribuita, alla creazione di sofisticate reti aziendali, all’uso massiccio della robotica a partire da un settore come la costruzione delle auto fino alla totale automazione dei grandi magazzini della vendita on line. Al riguardo, quando facciamo un acquisto su internet solo qualche passo della procedura vede un controllo umano, quasi tutto è svolto in maniera automatica fino all’individuazione nel magazzino del prodotto desiderato, alla sua scelta, lo scarico dallo scaffale e il suo posizionamento su un nastro trasportatore, il confezionamento e la spedizione. Tutto o quasi è gestito e controllato dalle macchine: tutto può essere gestito dalle macchine, tutto sarà gestito dalle macchine.
Per tornare all’intelligenza artificiale, bisogna riconoscere che già Marvin Minky (1) era dell’avviso che la robotica potesse sostituire l’uomo in tutti i lavori e in tutti i processi ingegnerizzabili, ovvero in cui i diversi passi del processo fossero rappresentabili con simboli, numeri e/o loro combinazioni con sequenze temporali definibili.
I robot odierni più avanzati hanno sensori che simulano il funzionamento degli organi motori e sensoriali periferici degli esseri umani, ancorché non così sofisticati (per ora): si muovono in spazi determinati, vedono con speciali telecamere, comandano il movimento di braccia e/o gambe alla stregua di un essere umano. Al momento la memoria e l’intelligenza sono ancora prevalentemente interni ai microprocessori tradizionali, quelli al silicio, per intenderci. Le nuove tecnologie robotiche, però, stanno già lavorando a prototipi con potenze di due o tre ordini di grandezza più alte, con ulteriori prestazioni grazie a nuovi materiali, tecnologie hardware, nanotecnologie, reti neurali e nuovi paradigmi alla base dei software, come la logica fuzzy (che supera la logica binaria attualmente utilizzata).
Insomma stiamo vivendo in un periodo di grandi cambiamenti e sconvolgimenti con ripercussioni planetarie, ma con le contraddizioni di sempre. Accanto alle aziende più tecnologiche del nostro tempo come, per citarne qualcuna, Google, Apple, Microsoft, Facebook, due miliardi di persone non hanno accesso all’acqua corrente e all’energia elettrica.
Da almeno un decennio siamo all’interno di una spirale terribile, al punto che il problema rischia di diventare drammatico dal punto di vista economico sociale, se non si interviene in tempi rapidi e con adeguate politiche.
Le macchine sono state introdotte nella produzione a partire dall’esigenza di diminuire i costi di produzione. Si è constatato, e questo è incontrovertibile, che le macchine liberano l’uomo dal lavoro ripetitivo e noioso e potrebbero nel volgere di pochi decenni liberarlo del tutto dalla gran parte del lavoro. Il problema a questo punto per l’uomo è cosa fare e come utilizzare il tempo liberato.
In questo processo si sono persi e si perderanno decine di milioni di posti di lavoro. Si calcola che entro 40 anni almeno il 60% dei lavori che facciamo oggi non ci saranno più, ma questo non ci dovrebbe spaventare.
Come si può intervenire da un punto di vista politico per uscire vincenti da questa spirale che sembra avviluppare tutta la società umana?
A me pare che si possa e si debbano percorrere le vie già indicate in precedenza con un programma che preveda come assi principali due strade possibili, con la definizione di piani, individuando risorse, indicando alcune fasi temporali e preparando già le opportune norme legislative con validità nazionale e sovranazionale.
La prima riguarda il fatto che dobbiamo costruire una società in cui la stragrande maggioranza delle persone in età lavorativa continui ad essere occupata. Se si è in grado di produrre la stessa ricchezza nell’unità di tempo con meno lavoratori, la soluzione è quella di diminuire il tempo di lavoro per tutti, aumentando la quantità di tempo libero e tempo liberato dal lavoro che gli individui potranno dedicare a se stessi, ai loro interessi culturali e materiali, alle loro relazioni affettive.
Una parte, e questa dovrà essere la più piccola possibile, sarà comunque fuori dai processi produttivi. Per queste persone va pensato un reddito sociale (cittadinanza, inclusione, di lavoro virtuale, di consumo, chiamiamolo come vogliamo) come già suggerito mezzo secolo fa in modo da garantire anche a loro un ruolo utile all’interno della società.
Il finanziamento di tale reddito, da operare con politiche necessariamente sovranazionali e possibilmente su scala planetaria, dovrà avvenire necessariamente mediante mirate politiche di redistribuzione della ricchezza, proprio perché la ricchezza è, e sarà sempre di più, generata principalmente dalle macchine.
———-
1. Docente al MIT di Boston scomparso di recente, universalmente riconosciuto come la più alta autorità nel campo dell’IA. Molto noto è il suo libro “The Society of Mind”, 1985, pubblicato in Italia da Adelphi con il titolo La società della mente, 1989.
—————————————–
* lampadadialadmicromicro13Con l’articolo sopra pubblicato proseguono le analisi e le proposte che Fernando Codonesu consegna al DIBATTITO sulla grande e impegnativa tematica del SardegnaCheFare?. Il primo contributo è pubblicato su Aladinews del 24 u.s; il secondo su Aladinews del 26 febbraio.
Gli articoli per un accordo tra Editori e Autore vengono pubblicati – in contemporanea o in date diverse – su Aladinews e su Democraziaoggi
.

Il sociologo De Masi: “Per battere la disoccupazione, bisogna lavorare gratis”
Nel nuovo libro “Lavorare gratis, lavorare tutti” Domenico De Masi propone che i disoccupati irrompano sul mercato del lavoro offrendo la propria opera gratuitamente, in modo da portare a una redistribuzione dell’occupazione
di Lidia Baratta

Il Movimento cinque stelle gli ha commissionato una ricerca sul futuro del lavoro, che ha preso forma in un volume di 300 pagine dal titolo Lavoro 2025, con l’elenco degli impieghi a più alto tasso di sostituzione da parte delle macchine. Ora il sociologo Domenico De Masi, uno dei più apprezzati accademici italiani sui temi dell’occupazione, mentre è impegnato a scrivere un libro «più corposo» sul lavoro nel ventunesimo secolo, è in libreria con il testo Lavorare gratis, lavorare tutti. Sottotitolo: il futuro è dei disoccupati. E già dal titolo si intuisce quale sia la soluzione che il sociologo propone per far fronte all’alto tasso di disoccupazione. «Per dare un lavoro ai disoccupati basterebbe ridurre di poco l’orario di lavoro degli occupati», dice. «Ma questo non avverrà, per cui l’unica cosa che i disoccupati possono fare è scompaginare la situazione, offrendo gratuitamente la propria opera finché non ci sarà una redistribuzione dei carichi di lavoro». De Masi propone un piano d’attacco in undici tappe, compresa la creazione di una piattaforma informatica per l’incontro tra domanda e offerta. «Spero che diventi anche proposta politica e che qualcuno si muova», spiega. «Ad oggi il Movimento cinque stelle sembra il più adatto per un progetto di questo tipo. Che potrebbe anche avere ricadute importanti in termini di voti, visto che in Italia ci sono 3,1 milioni di disoccupati».

Quindi il tasso di disoccupazione non calerà.
La disoccupazione non è l’effetto di una crisi passeggera. Anzi, è destinata a crescere. Sia per l’effetto di sostituzione del lavoro umano da parte delle macchine. Sia per l’effetto della globalizzazione: non produciamo più nei nostri confini, ma compriamo dove si produce a un costo più basso.

La tecnologia distrugge più lavoro di quanto ne crea?
Per uno che progetta una macchina, ci sono migliaia di persone che non lavorano. Pensiamo a quanti cassieri di banca sono scomparsi con l’arrivo del bancomat. Quante persone ci saranno volute a progettare un bancomat? Meno delle migliaia di cassieri che hanno perso il lavoro. L’automazione e l’intelligenza artificiale sostituiscono il lavoro umano. I lavori più a rischio sono le attività ripetitive, ma ormai anche medici e giornalisti vengono sostituiti.

Ogni mese però i dati sull’occupazione italiana generano proclami politici a ogni minimo segno più.
Sono esibizioni di statistiche ridicole, di oscillazioni minime da zero virgola. E infatti in Italia ci sono ancora oltre tre milioni di persone che non hanno un lavoro, non sanno come vivere e come mangiare. Nonostante le facili soluzioni proposte con il Jobs Act, questi disoccupati esistono. È chiaro che c’è qualcosa che non va.
———————————————-
Per uno che progetta una macchina, ci sono migliaia di persone che non lavorano. Pensiamo a quanti cassieri di banca sono scomparsi con l’arrivo del bancomat
Ma ci sono Paesi in cui l’occupazione cresce, come gli Usa o in Germania.
———————————————-
Bisogna innanzitutto tenere conto dei diversi metodi di calcolo degli occupati, dell’orario di lavoro più basso e della maggiore presenza di studenti universitari, che non rientrano nel conteggio della forza lavoro. L’Italia, avendo pochi giovani che studiano, anche per questo soffre di un tasso di disoccupazione giovanile alto. E poi bisogna vedere di che tipo di lavori parliamo. Molti nuovi lavori sono i cosiddetti bad jobs, ovvero manodopera sottopagata dai big dell’economia digitale.

Pochi lavoratori e molto profitto. Lei lo ha chiamato “sviluppo senza lavoro”.
Se i negozi tradizionali impiegano 47 dipendenti ogni dieci milioni di dollari generati, Amazon ne impiega solo dieci e quei dieci dipendenti vengono spremuti a ritmi incredibili. Oggi si possono accumulare ricchezze inaudite con l’apporto di un numero esiguo di lavoratori. Tutto grazie a piattaforme tecnologiche, software e algoritmi. Per fare un esempio, ad oggi un dipendente di Facebook vale 25 milioni di fatturato.

Il suo libro non è solo una fotografia del lavoro che scompare, ma lei propone anche delle soluzioni. Cosa bisogna fare?
Bisogna puntare a creare nuovi lavori, cosa che sta già avvenendo con una fantasia infinita spronata dal bisogno. Ma in attesa di questi nuovi lavori, bisogna redistribuire quelli che già esistono. È inutile pretendere il lavoro per i disoccupati se gli occupati fanno straordinari, sono sempre disponibili, anche nel week end e si fermano in ufficio ogni giorno oltre l’orario di lavoro senza essere per questo retribuiti.

Significa che lavoriamo troppo?
In Italia lavoriamo 1.800 ore all’anno. È la quantità di ore maggiore in Europa. In Francia e in Germania ci si ferma a 1.500 ore. In Italia ci sono almeno 2 milioni di impiegati e manager che fanno ogni giorno un paio d’ore di straordinario non retribuito. Parliamo di 110 milioni di giornate lavorative, cioè 500mila posti di lavoro. Oggi lavorare oltre il dovuto sembra quasi un vanto. Ma non dovrebbe essere così.
————————————–
In attesa dei nuovi lavori, bisogna redistribuire quelli che già esistono. È inutile pretendere il lavoro per i disoccupati se gli occupati fanno straordinari, sono sempre disponibili, anche nel week end e si fermano in ufficio ogni giorno oltre l’orario di lavoro senza essere per questo retribuiti
————————————–
E cosa dovremmo fare?
Bisogna redistribuire il lavoro, riducendo gli orari. Passando magari dalle 40 alle 36 ore settimanali. In questo modo non avremmo disoccupati. Ma è difficile da applicare: oggi chi ha il lavoro non lo vuole certo mollare.

E quindi che si fa?
Serve che i lavoratori occupati e pagati cedano un po’ di lavoro. Siccome non amo la violenza, ho proposto che i disoccupati mettano la loro forza lavoro sul mercato gratuitamente. In questo modo il mercato si spacca, si altera. E gi occupati, arrivati alle strette, cederanno una parte del lavoro.

Nel suo libro lei indica undici tappe da seguire per mettere in atto questa strategia.
Sì, anzitutto bisogna pianificare l’introduzione di un salario minimo e di un reddito di cittadinanza, e creare una piattaforma informatica come Uber che consenta di mettere in connessione domanda e offerta di lavoro. In questi giorni ho ricevuto molte telefonate di persone che hanno letto il mio libro, disposte a finanziare una piattaforma di questo genere.

Ma la sua proposta si trasformerà anche in una proposta politica?
Spero che qualcuno si muova. C’è una preoccupazione ampia tra i partiti sul futuro del lavoro. Il movimento cinque stelle sembra quello più adatto e più coraggioso in questo momento. Anche perché un programma sul lavoro che parla ai disoccupati muove anche molti voti, visto che in Italia quelli che non hanno un lavoro e non riescono a trovarlo sono ancora oltre 3 milioni.
—————————————————
UN COMMENTO di
Lilli Pruna
nella sua pagina fb (25 marzo 2017)
Una provocazione poco convincente:
1) non è vero che “23 milioni di lavoratori si tengono stretto il proprio lavoro”, perché tra questi ci sono milioni di precari e precarie destinati a perdere il lavoro;
2) se i disoccupati offrissero gratis il proprio lavoro non è affatto sicuro che gli occupati sarebbero costretti a ceder parte del loro orario: è più verosimile che una parte di occupati sarebbe licenziata e sostituita con disoccupati gratis.
Però concordo sulla riduzione e redistribuzione del tempo di lavoro (ho fatto una simulazione molto anni fa, per la Sardegna). E comunque De Masi dice anche – come sempre – cose fantastiche:
“Lei i 20 miliardi del Jobs Act dove li avrebbe investiti?
Li avrei messi tutti sulle università: borse di studio e stipendi dei professori. Non si fanno più concorsi, abbiamo ancora docenti di 15 anni fa e assistenti di 50-60 anni. È un sistema folle, bloccato. Mentre in Germania, come ho spiegato, con molti più giovani all’università, meno ore di lavoro e meno straordinari, la disoccupazione è molto più bassa. E poi se investi sulla scuola la società diventa più colta: studiare serve anche per capire un giornale, per votare con coscienza, per educare i figli.”

Auguri

22 Dicembre 2016 |  Tagged | Lascia un commento

presepio piazza Jenne 1Auguri buone feste 16-17
Logo_Aladin_Pensieroaladin-lampada-di-aladinews312sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413
————————————————————————————————————–

Cagliari, un “amore mio” da coltivare. La pagina fb dell’evento di lunedì 21 alla Fondazione di Sardegna: https://www.facebook.com/events/1786470748281985/


Chi è Mauro Murgia? Ve lo fa scoprire un’intervista di Franco Meloni, direttore di Aladinews, nell’ambito del progetto Orest della Camera di Commercio di Cagliari.

(Da SardiniaPost) Editoria: a 10 testate online 200 mila euro. Firino: “Ora incrementare fondi”

Sono 13 le domande presentate e 10 le testate online che beneficeranno del contributo regionale. I 200 mila euro disponibili sono stati così ripartiti: (1) Diario sportivo 2.031 euro; (2) Sardiniapost.it 90.719 euro; (3) Cronache nuoresi 1.249 euro; (4) Casteddu on line 26.540 euro; (5) Aladin pensiero 1.466 euro; (6) Sardegnaoggi news 7.641 euro; (7) Ad Maiora media 470 euro; (8) Cagliaripad 39.267 euro; (9) Gallurainformazione.it 172 euro; (10) Vistanet 30.445 euro.
“L’esito positivo – ha detto l’assessora dell’Informazione Claudia Firino – e la partecipazione delle testate dimostra come questo provvedimento, bandito per la prima volta, fosse oggi più che mai necessario e non più procrastinabile. Nell’era del digitale è fondamentale riconoscere l’importanza dei nuovi media e sostenere la pluralità dell’informazione, e ancora l’occupazione e la valorizzazione della qualità professionale dei giornalisti”. La Firino sottolinea ancora: “Si evince dalla graduatoria dei beneficiari la necessità di incrementare i finanziamenti annuali per il comparto. Riteniamo inoltre che l’intervento sperimentale possa presto diventare strutturale e sempre più efficace, anche con il contributo di tutti gli operatori coinvolti. Nell’ambito della proposta di modifica della Legge sull’editoria e l’informazione (L.R. 22/1998), che sarà presto all’esame della
giunta, le testate on line saranno riconosciute”
. L’assessora ha inoltre aggiunto che saranno convocati a breve gli operatori per una riflessione sull’esito del bando e aprire un ragionamento su eventuali modifiche da apportare per il futuro. ———————-
- Approfondimenti sul sito web della RAS.
—————————–
Dal sito web di Vito Biolchini, vitobiolchini.it
Ci scrive Sandro Usai: “La Regione finanzia i giornali on line, un’ottima opportunità che non può essere sprecata”
23/10/2016 alle 12:55

Qualche giorno fa la Regione ha reso note le graduatorie relative ai contributi (duecentomila euro) concessi ai giornali on line isolani. Si tratta di un provvedimento che sostiene un settore in crescita. Sandro Usai è un imprenditore che opera negli ambiti del digitale e dell’editoria tradizionale e on line e ha inviato al blog questa riflessione. Grazie Sandro per la tua generosità, su un tema del genere serve sicuramente un dibattito ampio e approfondito
.
***
- segue – Leggi il seguito

Eletta la Nuova Giunta Camerale
Il Consiglio della Camera di Commercio di Cagliari, ha eletto questo pomeriggio la nuova Giunta Camerale.
Oltre al Presidente Maurizio de Pascale, del nuovo board camerale fanno parte anche:
- Garzia Emanuele in rappresentanza del settore commercio;
- Lecca Gianfrancesco in rappresentanza del settore industria;
- Pinna Patrizia in rappresentanza del settore artigianato;
-  Tizzano Vitangelo in rappresentanza del settore agricoltura.
Con l’elezione della Giunta, è stato completato il percorso di nomina degli organi istituzionali dell’Ente camerale che rimarranno in carica per il prossimo quinquennio.
La prima riunione della nuova Giunta è fissata per venerdì 21 ottobre alle ore 9.00. Fonte Sito web CCIAA Cagliari.

Logo_Aladin_Pensieroaladin-lampada-di-aladinews312sardegnaeuropa-bomeluzo3-300x211Sardegna-bomeluzo22sedia-van-goghdemocraziaoggiGLI-OCCHIALI-DI-PIERO1-150x1501413
No comitato sardoNO sardo